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Verso il sinodo dei vescovi sulla famiglia

La “novità” dell’ampia consultazione, le “attese” sul versante cattolico e laico, l’agenda dei temi più “scottanti” da affrontare. Il cardinale Peter Erdö, arcivescovo di Budapest e relatore generale dell’Assemblea generale straordinaria in programma ad ottobre del 2014, parla a tutto campo del prossimo Sinodo dei vescovi sulla famiglia, di cui ha presentato il documento preparatorio in Vaticano. Punto di partenza: il suo osservatorio privilegiato sull’Europa, il cui “ritratto di famiglia” presenta elementi contrastanti ma al tempo stesso stimolanti. Come quella nota “differenza” tra teoria e prassi, in materia di matrimonio, che la storia della Chiesa conosce bene, fin da tempi remoti. Ecco l’intervista esclusiva rilasciata dal porporato, che è anche presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), all’agenzia Sir.

È l’ampia consultazione la novità più eclatante del prossimo Sinodo sulla famiglia?

«Sì e no. Sì, nel senso che oggi abbiamo a disposizione molteplici canali di comunicazione, tra cui Internet. No, perché la consultazione formale viene fatta dai vescovi: sono loro, infatti, che vogliono informarsi sulle esperienze pastorali in atto e sugli atteggiamenti problematici che possono giungere dalla “base” della comunità cattolica. L’ampia consultazione che si intende realizzare grazie al questionario contenuto nel documento preparatorio, in altre parole, non è un sondaggio di opinione internazionale, e neanche un’inchiesta statistica sulla società civile, anche se certamente i dati statistici possono aiutarci a disegnare un quadro della situazione generale».

Le 38 domande sullo “stato” della famiglia hanno già creato un’attesa, non soltanto sul fronte cattolico ma anche sul versante laico. Non c’è il rischio che, in quest’ultimo ambito, le attese possano andare deluse?

«Il rischio certamente c’è. Le attese, infatti, possono essere motivate da preoccupazioni infondate, da motivi di carattere socio-politico o da pressioni di vario genere provenienti da una parte dell’opinione pubblica non cattolica. Le voci che girano su determinate tematiche provengono da alcune categorie di essa, ma non fanno parte della consultazione formale: spetta alla Segreteria del Sinodo elaborare una sintesi delle risposte ufficiali che arriveranno dalle diocesi di tutto il mondo, sulla base della quale verrà predisposto, probabilmente a maggio, l’Instrumentum Laboris del Sinodo».

Come fotograferebbe la situazione della famiglia in Europa?

«Ci sono processi nella società che vanno in direzioni opposte: da una parte, è evidente che la pressione sulla famiglia è grande, anche per motivi di emigrazione e di tipo economico. Nell’Europa orientale, milioni di famiglie sono in stato di emergenza perché uno dei membri è partito per lavorare all’estero e torna raramente nel suo Paese, con conseguenze abbastanza gravi. C’è poi il fenomeno delle nuove generazioni che abbandonano la propria terra d’origine: in alcuni Paesi dell’Unione europea, ciò genera preoccupazioni per lo sviluppo sociale o politico. Da registrare, inoltre, i tentativi di cambiamento della legislazione di diversi Stati in materia di famiglia, come nell’Europa centro-orientale, per le pressioni culturali che vengono dall’esterno. Dall’altra parte, non mancano segnali positivi, come la presa di coscienza dell’importanza della famiglia anche a livello civile, con l’incentivazione di misure per appoggiarla e sostenerla. All’interno di molte comunità cattoliche, nascono comunità composte da famiglie anche a livello parrocchiale: in Ungheria la maggioranza delle parrocchie sono rette da una comunità di famiglie che portano il peso di gran parte della vita parrocchiale, e si aiutano a vicenda».

E le famiglie giovani?

«Sono quelle più penalizzate, sia dalla difficoltà a trovare un lavoro e una casa, sia nel desiderio di formarsi una famiglia. Oggi la presenza dei figli è una delle cause immediate di povertà per una famiglia: molti giovani, così, si ritrovano a sognare una famiglia più grande di quella che poi formano. Certo, le condizioni variano a seconda del contesto in cui si vive e della qualità più o meno alta dei servizi a cui si può accedere: in Ungheria, la media di figli è di 1,3 per donna, ma nelle comunità ungheresi che vivono a Bruxelles trovare una famiglia con quattro figli è frequentissimo…».

Coppie di fatto, unioni gay, divorziati risposati: sono queste alcune “sfide” alla famiglia su cui si sofferma il documento preparatorio del Sinodo. Da dove cominciare?

«Prima della questione dei divorziati risposati, il fenomeno più massiccio in termini di frequenza è quello delle coppie che vivono con una certa stabilità senza aver contratto né un matrimonio civile, né un matrimonio religioso: in molti Paesi europei costituiscono la maggioranza assoluta. Il motivo? Non vogliono impegnarsi tanto. L’80% dei giovani che chiede di celebrare il matrimonio vive insieme già da qualche anno. Segno che, magari inconsciamente, hanno una concezione del matrimonio molto vicina a quello cristiano…».

È da qui che si può ripartire, per “ri-evangelizzare” al matrimonio?

«Non dobbiamo impressionarci troppo: in quasi tutte le epoche della storia c’è stata una differenza notevole tra il livello di accettazione teorica del matrimonio e l’accettazione nella prassi, che è cosa ben diversa. Già Georges Duby parlava di una lotta plurisecolare per far accettare il matrimonio cristiano tra i Franchi nell’Alto Medioevo. E se pensiamo alla Chiesa post-tridentina, vediamo che nel libro parrocchiale dei battesimi in diversi villaggi i bambini illegittimi erano la maggioranza».